Roberto Saviano è uno scrittore che confonde il suo ruolo di propagandista con il suo valore letterario. Il suo ruolo è di indubbia importanza nel modesto circolo del libro, ma il valore non fa di lui nemmeno l’ombra di un Giovanni Verga.

Sgonfiato il fenomeno Gomorra, è rimasto il pallone gonfiato dell’opinionista, così il Saviano agitatore politico si è mangiato in un sol boccone il prosatore. Preceduto dalla vanità e seguito dalla spocchia, Roberto è comicamente intrappolato nel suo personaggio. S’impettisce, s’inalbera, s’impenna, s’inerpica, s’impapocchia, sale in alto in alto in alto e poi... casca a terra, nella banalità.

Chiamato in tribunale da Matteo Salvini, il querelato Saviano è adirato per l’affronto, nei suoi occhi fibrilla il gran rodimento, basta una telecamera accesa e lui, come un ninja schizza sulla scena, stringe la mano al ministro e saetta un “vergognati”. Cose grosse. La storia del Saviano Furioso rivela tutto il pregiudizio delle classi colte, l’idea che la penna del Grande Scrittore sia infallibile, il suo verdetto indiscutibile, il commento sempre dalla parte del Giusto. Le pagine dei giornali e i talk show grondano di granitiche opinioni rigorosamente progressiste, pezzi di un’antologia partigiana dove il disprezzo per il non allineato si espande in maniera inversa al talento, più sono scarsi e più sono tronfi.