L’Italia è tra i primi 15 Paesi al mondo per spesa militare (al 12esimo posto), con un aumento significativo della spesa (+20% nel 2025 sul 2024) e un peso sul Pil in crescita, ma rimane sotto la soglia del 2% del prodotto interno lordo (1,9 per cento). A scattare la fotografia di questo aspetto è l’ultimo rapporto sulla spesa militare globale pubblicato lunedì 27 aprile dalla Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Dodici dei primi 15 paesi per spesa militare hanno aumentato i propri stanziamenti nel 2025, mentre solo Stati Uniti, Regno Unito e Israele hanno registrato una diminuzione. Gli Stati che si collocano nella parte bassa della classifica dei primi 15 hanno registrato alcuni dei maggiori aumenti percentuali su base annua all’interno di questo gruppo, con la Spagna (al 15° posto) che ha registrato l’incremento più consistente (più 50%). La spesa della Polonia (al 14° posto) è cresciuta del 23%, mentre l’Italia (al 12° posto) e l’Ucraina (al 7° posto) hanno aumentato la propria spesa militare del 20% ciascuna.
I nuovi obiettivi di spesa della Nato e le loro implicazioni
La spesa militare complessiva dei paesi membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (Nato) ha raggiunto i 1.581 miliardi di dollari nel 2025 e ha rappresentato il 55% della spesa militare mondiale. Nel giugno 2025 gli Stati membri della Nato hanno concordato di aumentare l’obiettivo di spesa militare dell’alleanza al 5,0% del prodotto interno lordo (Pil) entro il 2035, un aumento sostanziale rispetto al precedente obiettivo di raggiungere il 2% del Pil entro il 2024, concordato nel 2014. Di quel 5,0% del prodotto interno lordo - ricorda il rapporto -, almeno il 3,5% dovrebbe essere destinato alla spesa militare di base, mentre il restante 1,5% può essere destinato a quella che la Nato definisce «spesa relativa alla difesa e alla sicurezza». Secondo l’Alleanza Atlantica, ciò potrebbe includere la spesa per proteggere le infrastrutture critiche, per garantire la preparazione civile e la resilienza o per rafforzare la base industriale degli armamenti. Tuttavia, rilevano gli analisti di Sipri, la Nato ha finora fornito scarse indicazioni sui confini della categoria delle spese militari non essenziali, creando difficoltà per quanto riguarda la definizione e la rendicontazione delle spese militari, il che a sua volta solleva preoccupazioni a livello strategico.







