Tra il 2024 e il 2025 la spesa militare dell’Italia, secondo la definizione NATO, è aumentata di 12 miliardi, consentendo al nostro Paese di raggiungere l’obiettivo di spesa del 2% del Pil fissato nel 2014. In assenza di provvedimenti legislativi corrispondenti, il ministro Crosetto aveva suggerito, anche se con dichiarazioni piuttosto ambigue, che il risultato sarebbe stato ottenuto anche attraverso la riclassificazione di spese precedentemente escluse dal perimetro della difesa. Tuttavia, i criteri adottati non sono mai stati chiariti. Secondo gli ultimi dati NATO, circa un terzo dell’aumento deriva da maggiori spese per il personale militare, probabilmente proveniente da categorie prima non considerate parte del settore difesa.
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La Relazione del Segretario Generale della NATO sul 2025 conferma che tutti i Paesi dell’Alleanza hanno raggiunto l’obiettivo del 2% del Pil in spese per la difesa (Fig. 1).[1] Nel solo 2025 l’Italia è passata dall’1,5% al 2%, un aumento molto grande in un tempo molto breve, che non trova riscontro, se non in misura limitata, in provvedimenti legislativi. Già lo scorso novembre una nota dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani (OCPI) evidenziava la mancanza di informazioni su come sia stato raggiunto questo risultato, dovuto probabilmente in gran parte a riclassificazioni di spese in precedenza non considerate come relative alla difesa.[2] Cosa è stato chiarito nel frattempo?








