Quindi, dice Giorgia Meloni, la colpa è della Procura. I soliti magistrati, insomma. Che si sa, sono quello che sono. Non lo dice apertamente, non questa volta, ma nel corso della campagna per il referendum, perso, quello che la destra di governo pensa dei magistrati è risultato chiarissimo. Nemici, ostacoli, zavorre, plotoni di esecuzione, toghe rosse, fonte inesausta di errori per i quali non pagano mai pegno. Politicizzati, incompetenti. Andavano ridimensionati, queste erano le intenzioni. Persa quella partita, non resta che insistere con l’opinione pubblica. Il caso Minetti? Colpa delle Procure. La premier si presenta in conferenza stampa con uno schemino che legge dal computer. Riferisce quello che il ministro Nordio, via Mantovano, le ha detto. Questa la tesi: il ministero di Giustizia, nei casi di grazia, funge da mero passacarte. Non le legge nemmeno. Di tutte quelle che arrivano (1245, ha letto sull’appunto, da quando lei è premier) scarta solo quelle che hanno vizi di forma. Cioè: sono le Procure a fare le verifiche. Se le Procure danno parere favorevole, fatta l’istruttoria, il ministero di Giustizia le passa così come sono al Quirinale: tutte. Praticamente il ministro non sa neppure di che si tratti, funziona come un funzionario delle Poste. Chi frequenta la materia sa molto bene che le cose non stanno così. Ma, senza entrare nel dettaglio di come funziona l’ufficio competente, che esiste e legge le carte eccome, la questione è che Nordio non si tocca. Il ministro di Giustizia, che ne ha fatte più di Carlo in Francia, non può cadere perché se questo accadesse, trattandosi di un ministero pesantissimo, trascinerebbe con sé il governo intero. Quindi, questione chiusa. I sondaggi non sono buoni, c’è da stare appresso alla verve di giovinezza che esponenti attempati del governo, diversi, hanno ritrovato da quando ambiziose collaboratrici li lusingano. Minetti, in fondo, che altro faceva in origine? Siamo sempre lì. Se ci sono problemi, se la vedrà Mattarella.