La partita sul futuro del calcio italiano è ormai uno scontro politico aperto. Il copione sembra quella d'un film polacco: la batosta con la Bosnia e l'esclusione dal terzo mondiale consecutivo, le dimissioni di Gravina, le divisioni sul sostituto, lo spettro di un intervento esterno e un altro presunto scandalo arbitrale (quello del designatore Rocchi) quasi a legittimarlo.
Così il calcio ora fa ancora più muro contro il commissariamento della Figc, che viola il principio di autonomia «tutelato da Uefa, Fifa e Cio». Al termine del consiglio federale di ieri, infatti, il presidente dimissionario Gabriele Gravina dirama una nota in cui fa sapere di aver apprezzato come le proposte di riforma della sua relazione «siano state riprese quasi per intero» nella bozza di disegno di legge del senatore Paolo Marcheschi (Fratelli d'Italia), ma denuncia «la gravità nella parte dove fa riferimento alla possibilità, stabilita per legge, di commissariare la Federcalcio».
Secondo il numero uno di via Allegri (in carica fino al 22 giugno), sarebbe un «atto non risolutivo dei problemi e in palese violazione del principio di autonomia sancito e tutelato dagli statuti dello sport e del calcio». Lo sa bene, il governo, ma è un altro il motivo per cui non forza ancora la mano.













