“Cosa sono i sogni?”. Proviamo a parlarne piano piano, sottovoce, con l’aiuto dello studio “Individual traits and experiences predict the content of dreams”, pubblicato su Nature Communications Psychology. Al di là dell’ovvia citazione marzulliana, è una domanda aperta da decenni nelle neuroscienze e riguarda tutti: cosa sono quelle immagini che ci restano in testa al risveglio? Da dove arrivano? La risposta, almeno in parte, è questa: sono una combinazione tra identità personale ed esperienza quotidiana.
La ricerca, condotta dall’IMT School for Advanced Studies di Lucca insieme ad altri centri italiani, ha analizzato oltre 3.700 resoconti di sogni e di esperienze diurne raccolti da 287 partecipanti tra i 18 e i 70 anni, monitorati ogni giorno per due settimane. A questi dati sono stati affiancati test su personalità, funzioni cognitive, qualità del sonno e caratteristiche psicologiche, permettendo per la prima volta un’analisi integrata su larga scala.
Cosa emerge da questa mole di dati? Che il contenuto dei sogni non è affatto casuale, ma riflette l’interazione tra due livelli. Da un lato i tratti stabili dell’individuo, come la tendenza al mind-wandering, cioè la mente che vaga, l’interesse per i sogni, la sensibilità emotiva e la qualità del sonno. Dall’altro le esperienze recenti, cioè ciò che accade nella vita quotidiana. Attenzione però: non si tratta di una semplice copia della realtà. I ricercatori mostrano che gli eventi diurni vengono rielaborati: i sogni mescolano elementi reali, li deformano, li ricombinano. Più che una replica della vita, sono una sua simulazione interna.









