Otto minuti di registrazioni. E dentro, poco più di centoventi secondi in cui tutto accade. Quattordici telecamere accese nel Constellation raccontano, senza interruzioni, la notte del 31 dicembre a Crans-Montana: l’attimo in cui il fuoco prende, il fumo invade lo spazio, l’aria si fa irrespirabile. È lì che si consuma la tragedia, in quei due minuti in cui 41 ragazzi perdono la vita e 115 rimangono gravemente feriti.
Per mesi quelle immagini sono rimaste chiuse negli uffici della polizia del Canton Vallese. Non mostrate, non condivise. Da ieri, invece, per la prima volta, escono da quel perimetro. Cominciano a essere viste. Ma non dai genitori delle vittime, non ancora. In questa prima fase a guardarli saranno i loro avvocati. Uno alla volta, su appuntamento, in un calendario distribuito su più giorni. Visioni controllate, parziali: ogni legale può accedere soltanto alle sequenze che riguardano i propri assistiti. Nessuna visione integrale, nessun accesso collettivo. Le famiglie invece dovranno attendere fino metà maggio per la visione. E molte, già ora, sanno che non varcheranno quella soglia, si rifiutano di vedere i filmati dell’orrore, dove i loro figli perdono la vita.
«È una follia vedere gli ultimi istanti di mio figlio», dicono. Non è una reazione isolata, ma una linea che attraversa più famiglie dei 41 ragazzi morti, tra cui i sei italiani: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi, Edoardo Galeppini, Sofia Prosperi e Chiara Costanzo. «No, non ce la sentiamo», taglia corto Carla Scotto, la mamma di Riccardo Minghetti, il 16enne romano. «Non vogliamo vedere nostro figlio che muore in diretta. Non ce la sentiamo proprio». Non è rifiuto della verità. È un limite umano. Un confine che, per alcuni, non può essere superato.











