Prima erano furgoncini piazzati fuori dagli stadi, poi quattro anni fa è nata la sala Var di Lissone, Comune in provincia di Monza. Una struttura fortemente voluta da Figc e Lega di Serie A, che ha permesso di riunire tutti gli arbitri in un unico luogo collegato con i 17 stadi della massima Serie. Una scelta che garantirebbe massima trasparenza, così allora venne spiegata l’evoluzione.
Ma i video e gli audio acquisiti negli ultimi due anni dalla Procura di Milano, nell’ambito dell’inchiesta per concorso in frode sportiva, rivelerebbero opacità su ciò che avveniva nella control room. Che non sarebbe un segreto tra gli addetti ai lavori: «Le “bussate” in sala Var? Nell’ambiente se ne parlava e si sapeva che il protocollo non lo permetteva», afferma l’ex arbitro Daniele Minelli, che un anno fa ha abbandonato rumorosamente l’Aia dopo aver diretto per anni in Serie A. Nei novanta minuti di partita i varisti dovrebbero essere isolati nella bolla della sala, tuttavia ci sarebbe stato una sorta di codice segreto, un metodo che comprendeva gesti e segnali per suggerire agli addetti come comportarsi in determinate occasioni. È stato ribattezzato “Gioca Jouer”, come la canzone mimata di Claudio Cecchetto: una mano alzata indicava «non intervenire», il pugno chiuso «bisogna intervenire». Stando a uno dei tre capi di imputazione della Procura milanese, il designatore Gianluca Rocchi avrebbe interferito nel processo decisionale della control room. Nell’incontro tra Udinese e Parma del primo marzo 2025, il designatore avrebbe condizionato l’addetto Var, Daniele Paterna, che cambia idea sul rigore poi assegnato ai friulani. Esaminando video e audio agli atti l’intenzione iniziale di Paterna, indagato per falsa testimonianza, pare fosse quella di non attribuire il penalty alla squadra di Runjaic. Improvvisamente però l’addetto al Var si gira di scatto e dal labiale viene catturata la frase: «È rigore?». Paterna comunicherà poi al direttore di gara Fabio Maresca di concedere il rigore all’Udinese e, stando all’accusa, Rocchi, «in qualità di supervisore Var, in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato la decisione. Una procedura contraria al regolamento, che per il pm Maurizio Ascione configura la frode sportiva.













