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27 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 15:53
Mano alzata, pugno chiuso e una sorta di codice segreto per comunicare. In sala var, durante gli interventi del designatore arbitrale Gianluca Rocchi, accadeva un po’ di tutto. Un metodo che qualcuno – con molta ironia – ha etichettato come un “Gioca Jouer“, riferendosi al tormentone di Claudio Cecchetto ancora oggi noto in feste e lidi. A raccontarlo è Repubblica. In base a questa ricostruzione, una mano alzata significava “non intervenire“, mentre il pugno chiuso “bisogna intervenire“.
In sintesi, o con bussate e comunicazioni dall’esterno o con gesti come quelli menzionati, Gianluca Rocchi influenzava e “guidava” la sala var di Lissone. E non poteva farlo in quanto “esterno“. Dinamica che emerge da uno dei tre capi di imputazione nell’inchiesta della procura di Milano sulla classe arbitrale, quello che fa riferimento alla partita tra Udinese e Parma dell’1 marzo, quando lo stesso designatore avrebbe condizionato l’addetto Var, Daniele Paterna, che cambia idea dopo essersi girato all’interno della sala var e aver chiesto se “è rigore“. Un paradosso se pensiamo che il centro a Lissone era nato proprio per garantire autonomia e trasparenza, con le scelte degli arbitri non condizionate da persone o fattori esterni. E invece le “correzioni” e le influenze arrivavano proprio dall’interno.












