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Dopo l'intervista di ieri al Corriere di Luciano Violante, bisogna riconoscere che non dobbiamo fare di tutti i comunisti un fascio
Arruffapopolo. Si era scritto ieri che visto l'ultimo 25 aprile, i comunisti «rigurgitano il loro vero dna, fatto di violenza e intolleranza». Nulla da togliere dopo aver raccolto la rabbia di Davide Romano, il portavoce della Brigata Ebraica che al Giornale racconta di gente che urlava loro «Hitler non ha finito il lavoro». Degno corollario di quel «Siete solo saponette mancate» che la stampa progressista e politici del Pd hanno derubricato a un'iniziativa isolata. E, invece, era piuttosto un contagio infetto, dilagante tra i progressisti. Ma dopo l'intervista di ieri al Corriere di Luciano Violante, bisogna riconoscere che non dobbiamo fare di tutti i comunisti un fascio, anche se a sinistra è forte la tentazione di spedire nel campo dei reietti anche l'ex presidente della Camera che ieri è tornato sul celebre discorso di 30 anni fa, nel quale invitava a capire i ragazzi di Salò. Nessun passo indietro, casomai in avanti. «La scelta di comprendere le ragioni dei vinti aveva segnato l'approccio della sinistra nel primissimo Dopoguerra». Non solo, perché Violante cita addirittura Palmiro Togliatti, il segretario che ai giovani del Pci diceva «di parlare con i loro coetanei (...) per provare a capire le ragioni di quella scelta sciagurata». Ma non solo.






