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Il rifiuto di una sospensione generalizzata del Patto, ribadito dalla presidente Ursula von der Leyen due giorni fa, non è una semplice difesa dell'ortodossia contabile

La guerra in Iran ha riportato di prepotenza l'energia al centro del sistema: non più variabile tra le altre, ma vincolo dominante che costringe la politica fiscale a uscire dalla logica della prudenza e a misurarsi con la sopravvivenza. È in questo spazio angusto che si muove il governo italiano, con Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti impegnati a strappare a Bruxelles margini che, più che discrezionali, appaiono ormai obbligati. Si chiamino scostamento di bilancio o clausola di salvaguardia nazionale, poco cambia: senza deficit aggiuntivo, l'urto dei prezzi si trasferirà integralmente su imprese e famiglie, e quindi sulla capacità di crescita dell'Italia. Naturalmente i precedenti pesano. Ben sappiamo che ogni deviazione oggi è un vincolo domani: inflazione, debito, credibilità. D'altro canto, non esistono pasti gratis, c'è sempre qualcuno che paga. E nell'immediato non si vedono alternative che possano produrre risultati con la stessa rapidità (parlare oggi di spending review vuol dire essere sulla luna). Rinviare significherebbe lasciare che sia il mercato, da solo, a selezionare i sopravvissuti. Intervenire, invece, significa comprare tempo. E il tempo, in certi frangenti economici, è spesso la risorsa più scarsa.