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Ridurre la pressione fiscale tra 28mila e 60mila euro di reddito non ha un costo esorbitante ma il Patto di Stabilità va rispettato
Le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sulla necessità di alleggerire la pressione fiscale sul ceto medio italiano giungono in un momento decisivo per l'economia del Paese. È sicuramente lodevole porsi l'obiettivo di rendere il sistema più equo e incentivante per chi produce reddito, in un contesto in cui burocrazia e tasse sono divenuti ostacoli alla crescita. Ma quali sono le reali condizioni per un intervento?
Il ceto medio italiano, tradizionale motore dell'economia del Paese, si trova ormai in una condizione di sofferenza, intrappolato tra il fisco opprimente e un welfare che premia in misura maggiore chi non contribuisce. Le analisi di Alberto Brambilla, presidente del Centro studi Itinerari previdenziali, mettono in luce un paradosso che sta danneggiando la spina dorsale del ostro Paese. «Il 60% degli italiani paga solo l'8% di tutta l'Irpef», mentre «il 15,3% delle persone, che guadagnano oltre 35mila euro annui, si sobbarca la maggior parte dell'intero onere fiscale». Il risultato è che chi lavora, produce e investe nel Paese è penalizzato da un fisco sempre più asfissiante, mentre a chi evade o dichiara poco vengono concessi bonus e sussidi, con un effetto distorsivo che peggiora ulteriormente il sistema.






