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In un libro edito da Topic la giovane sarda che lavora al Geranium di Copenaghen racconta la sua idea di abbinamento alternativo all’alta cucina, senza alcol ma con succhi, fermentati e altre bevande a base vegetale. Gli ingredienti (che lei si procura anche con il foraging), le tecniche, gli strumenti, le ricette e gli accostamenti della nuova frontiera del bere contemporaneo

È quasi stucchevole ripeterlo: i nuovi stili di vita più salutari (oltre che le regole stringenti del codice della strada) stanno spostando una parte della clientela dei ristoranti (in particolari quelli di alto livello) verso un pairing sempre meno alcolico. Un fattore, questo, molto rilevante per la sopravvivenza del fine dining e che – dopo una fase di sconcerto e adattamento – sta oggi mettendo alla prova, con alterni risultati, va detto, la fantasia di chi cura le carte dei beverage delle insegne più all’avanguardia.

Una sfida che è stata raccolta con entusiasmo da Giulia Caffiero, giovane sarda con un passato da studentessa di archeologia che è tra le più importanti protagoniste a livello continentale del mondo dell’ospitalità d’eccellenza. Formatasi nella sua terra, poi passata per Milano dove ha lavorato per 28 Posti di Marco Ambrosino e per quel laboratorio dell’accoglienza che da oltre sessant’anno è il Luogo di Aimo e Nadia, si è poi trasferita a Copenaghen, una delle capitali mondiali dell’alta cucina, dove ha trovato un palcoscenico ideale per affinare la sua sensibilità nel servizio di sala, come Assistant restaurant manager del Geranium.