L’informazione che scorre modella la nostra comunità

Ester Armanino

Genova – Sono seduta sulla riva di un fiume. Davanti a me scorre qualcosa che non si lascia trattenere e che chiamerei tempo, se non fosse fatto di parole. Lo chiamerei memoria, se non fosse così vivo, così esposto all’aria del giorno. È un fiume di notizie, opinioni, cronache, visioni. Un fiume che attraversa la città e la raccoglie, la riflette, a volte la contraddice. Ogni mattina riparte, e ogni sera è già altrove.

Per anni mi sono seduta qui da lettrice, senza accorgermene. Ho imparato a riconoscere la corrente, a distinguere le acque limpide da quelle torbide, a fermarmi su una parola come su un sasso piatto. Le parole degli altri mi passavano accanto pur costruendo lentamente il mio modo di vedere, di nominare, perfino di tacere. Non erano mie, ma mi formavano. Poi, a un certo punto, mi sono trovata non più soltanto a guardare, ma a lasciare andare nel fiume anche le mie parole. Come barchette di carta, o come la coroncina di fiori che Virginia Woolf utilizza in «Le onde», luminosa metafora dell’intreccio di voci alla base del suo romanzo.

In questo passaggio - dall’osservare il fiume al prenderne parte - c’è una responsabilità a priori, perché ogni parola, una volta scritta, entra nella corrente. Si mescola, urta altre parole, le devia, a volte le ferisce, a volte le sostiene, di certo non rimane dove l’abbiamo posata. Ecco, un giornale è questo bacino in movimento. Non solo raccoglie ciò che accade, ma lo modella mentre ce lo restituisce. Decide cosa far emergere e cosa lasciare sul fondo, mette in ordine, crea accostamenti. E così facendo, giorno dopo giorno contribuisce a dare forma a una città che non è mai identica a se stessa.