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Ultimo aggiornamento: 17:33
Un bellissimo saggio di Anita Seppilli analizza l’asservimento dei fiumi sotto una lente antropologica. Il libro – Sacralità dell’acqua e sacrilegio dei ponti (Sellerio, 1977) – è ormai introvabile, ma meriterebbe una ristampa, almeno digitale. Quando chi ci governa magnifica per l’ennesima volta le virtù del Ponte sullo Stretto di Messina, non posso dimenticare quanto scrive Seppilli alla fine del sesto capitolo: “Richiesero i ponti più antichi il presidio di sacrifici umani? L’interrogativo potrebbe sembrare del tutto arbitrario se non tenesse conto della persistenza di drammatiche leggende mantenutesi vive ancor oggi in tutta l’area balcanica e oltre”.
Le prossime generazioni vedranno sorgere tra Scilla e Cariddi quel ponte sempre promesso e mai visto? Un mito antropologico che resuscita come l’araba fenice (Fig.1). Magari in virtù di un “colpo di sole” come scrisse il collega Marco Ponti a proposito della penultima puntata della saga. Nomen omen, uno scherzo del destino, a differenza dell’etimologia di Pontifex, costruttore e custode del ponte.
Il redivivo Ponte sullo Stretto offrirà senz’altro un buon cappuccino dove intingere i biscotti, siano nuovi studi progettuali, siano approfondimenti tecnico-scientifici chissà perché finora trascurati nei soli 70 anni di progettazione; senza tacere della doverosa ri-progettazione per adeguare l’opera a normative che si rinnovano più o meno ogni dieci anni. E, magari, capire il livello di rischio nel corso del tempo, sia nella prolungata fase di costruzione, sia in fase di esercizio, sia nel lento corso della inevitabile obsolescenza (Fig.2).






