Nel capitolo dedicato ai «progressi compiuti per rispettare il percorso di spesa netta raccomandato dal Consiglio Ue», il Documento di finanza pubblica descrive un quadro ordinario; nel quale i conti del 2026 dovrebbero riuscire a ottenere il bollino di Bruxelles mentre, a meno di novità nei calcoli di ottobre, la prossima legge di bilancio sarebbe chiamata a tagliare circa 3,2 miliardi per rispettare la traiettoria concordata con la Ue (Sole 24 Ore di ieri).
Nella realtà dell’economia e nel dibattito politico si susseguono invece gli allarmi sulle conseguenze dello stallo di Hormuz e sull’esigenza di nuove misure di aiuto. Le due dimensioni hanno cominciato a entrare in conflitto. E la temperatura torna a scaldarsi sulla linea Roma-Bruxelles.
Alla vigilia dell’esame parlamentare del Dfp, che inizierà lunedì, vedrà martedì sera l’audizione del ministro dell’Economia Giorgetti e giovedì il voto in Aula con le risoluzioni, si intensifica il dibattito sullo scostamento «non escluso» dalla premier Meloni e dallo stesso titolare dei conti.
A rilanciare il dossier è stato ieri il ministro Salvini. Che non mette cifre sul tavolo perché «i conti li fa Giorgetti», ma chiede un via libera «per spese economiche e sociali allo stesso scostamento di diversi miliardi» che la Ue consente per la guerra. La risposta arriva a stretto giro.
















