Un intrattenitore leggendario che ha mascherato la sua vera natura dietro la facciata del genio infantile e incompreso. È un attacco frontale, durissimo e senza mezzi termini quello che Dan Reed, regista del controverso documentario Leaving Neverland (2019), ha sferrato contro Michael, il nuovo e fortunatissimo film biografico dedicato al Re del Pop diretto da Antoine Fuqua. In una lunga e accesa intervista rilasciata al The Hollywood Reporter, Reed non ha risparmiato nessuno: né la produzione del biopic, accusata di speculare economicamente nascondendo la verità, né la stampa, né i fan di Michael Jackson. Per il documentarista, il ritratto offerto dalla nuova pellicola hollywoodiana (che sta incassando cifre da capogiro ai botteghini) è una falsificazione storica gravissima.
Il paragone con Epstein e gli abusi sui minori
La frustrazione di Reed nasce dalla totale assenza, all’interno del film, delle gravissime accuse di pedofilia che hanno perseguitato l’artista fin dal 1993. “Come si può raccontare una storia autentica su Michael Jackson senza mai menzionare il fatto che è stato seriamente accusato di essere un molestatore di minori? Proprio non riesco a capirlo”, dichiara il regista. Il suo giudizio sull’uomo è tranciante: “Penso che molte persone ingoieranno qualsiasi dubbio pur di dire ‘Oh beh, è un grande film musicale’, ignorando completamente il fatto che questo tizio fosse peggio di Jeffrey Epstein. Jackson era davvero un uomo molto cattivo e ha fatto del male a molti bambini. Che sia stato un grande intrattenvitore non cancella l’altra cosa: i pedofili esistono, lui era uno di loro e ha fatto le sue scelte”.













