Immaginiamo la missiva: «Spettabile Federcalcio italiana, in seguito al Consiglio Straordinario riunitosi a Zurigo abbiamo ammesso la Vostra rappresentativa nazionale al Campionato del Mondo di calcio in programma in Usa-Messico-Canada, al via l’11 giugno p.v. Seguirà ulteriore comunicazione con tutti i dettagli». Firmato Fifa. Ecco, arrivasse questa letteronza, dovremmo dire di no? Per quale motivo? “Per dignità”, spiegano i duri e puri del calcio pulito, quelli che sostengono di far colazione con latte e fair play ma poi, quando gioca la loro squadra del cuore, dignità e correttezza spesso le dimenticano negli spogliatoi, gli aiutini dell’arbitro se li prendono e pazienza per l’avversario, «tanto la palla rimbalza per tutti...».
«Mi sentirei offeso, il Mondiale bisogna meritarselo», sostiene Luciano Buonfiglio, presidente del Coni. «Un ripescaggio sarebbe inopportuno. Ci si deve qualificare sul campo», esclama il ministro dello sport, Andrea Abodi. «Mi vergognerei», ammette il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Strano Paese, questa Italia, quello dove la politica «sangue e merda» (Rino Formica dixit) ci richiama oggi all’inflessibile meritocrazia della qualificazione sul campo: imbucarsi al Mondiale non s’ha da fare. Eppure, se il regolamento concede - a tutti - la possibilità di rientrare, perché sputarci sopra? Accade con frequenza nel tennis, il nostro Cecchinato per esempio nel 2018 ha vinto a Budapest un torneo del circuito maggiore come lucky loser (ripescato per la rinuncia di un qualificato), la stessa favola della Danimarca campione d’Europa nel 1992 nasce dall’estromissione della Jugoslavia a causa della guerra. I danesi erano tutti in ferie, il ct Nielsen fu chiamato mentre smontava la cucina di casa, eppure nessuno si sognò di rifiutare: «Eravamo rilassati. Tutti pensavano che avremmo perso tre partite e saremmo andati in vacanza. Abbiamo giocato a minigolf, siamo andati al McDonald’s...», se la ride ancora Henrik Larsen.












