Ci sono oggetti che entrano nelle case in punta di piedi. Non fanno rumore, non chiedono permesso. Si presentano come un aiuto, una compagnia, a volte persino come un sollievo per genitori stanchi. Sono morbidi, parlano con voce gentile, rispondono alle domande, raccontano storie. Sembrano prendersi cura. E invece, lentamente, insegnano.
Peluche, bambole e robot con IA
Negli ultimi mesi stanno arrivando nelle stanze dei bambini peluche, bambole e piccoli robot dotati di intelligenza artificiale. Giochi che conversano, che personalizzano le risposte, che sembrano adattarsi al bambino. Non sono più oggetti da animare con la fantasia: sono oggetti che animano la relazione. Ed è proprio qui che si apre la prima crepa. Un bambino piccolo non ha bisogno di qualcuno che gli risponda.
Ha bisogno di qualcuno che lo senta. Quando un bambino dice “sono triste”, non sta cercando una soluzione. Sta cercando un luogo emotivo in cui quella tristezza possa esistere senza essere corretta, distratta o ridimensionata. Sta cercando un adulto che sappia restare, anche nel disagio, anche nell’incertezza.
Vietare i social ai ragazzi è facile ma dovremmo imparare a stare veramente con loro






