Assassini, rapinatori, spacciatori. Praticamente, il ritratto di una fetta di stranieri che, pur colpiti da decreto di espulsione per pericolosità sociale, restano in Italia. Non per cavilli burocratici, ma per una dinamica ormai consolidata nei Cpr (Centri di Permanenza per i Rimpatri): il rifiuto sistematico del rimpatrio volontario assistito.

Il copione è sempre lo stesso. Prima l’apertura: interesse dichiarato, disponibilità a valutare il rientro. Poi l’incontro con il legale. Infine la retromarcia. Il “collopremesso”, cioè lo stanziamento di 2mila euro a migrante come incentivo al rientro in patria, non basta. I numeri parlano chiaro: a Caltanissetta, nel 2025, 13 migranti aderiscono inizialmente al programma Ue. Dopo i colloqui legali, in 10 cambiano idea.

MIGRANTI, LE CIFRE CLAMOROSE SUL CALO DEGLI SBARCHI DA GENNAIO

I dati, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, li aveva illustrati nelle scorse settimane in Parlamento. &laq...

A Torino, nel 2026, il dato è ancora più netto: zero adesioni su sette dopo il passaggio dagli avvocati. Storie che si ripetono. Come quella di un cittadino tunisino arrivato nel 2012. Permesso di soggiorno negato nel 2018, poi la condanna in primo grado per omicidio doloso. Scarcerato nel 2025, finisce nel Cpr di Torino. Anche qui, il rituale: “Sono interessato al rimpatrio”, poi il dietrofront.