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Grazie ai ricorsi e alla compiacenza dei giudici anche gli immigrati espulsi per pericolosità sociale riescono a rimanere in Italia. I ripensamenti dopo il "consulto"

Assassini, rapinatori, spacciatori: profili che rifiutano di andarsene dall'Italia. Sono persone già colpite da decreto di espulsione per pericolosità sociale che preferiscono il contenzioso al programma di rimpatrio volontario assistito. Non è un inceppo burocratico: è una dinamica che si ripete in molti Cpr. Tant'è che il meccanismo è sempre lo stesso: prima l'interesse verso il rimpatrio, poi il colloquio con il legale, certo di sinistra come i tanti che si occupano d'immigrazione, e magari il ricorso, a cui spesso i magistrati danno seguito. E pensare che ci sarebbero anche i soldi, 2mila euro a migrante, per tornare a casa. È andata così nel caso di J.G., tunisino di 23 anni arrivato in Italia da minorenne nel settembre del 2019. Da luglio del 2020 ha accumulato precedenti per rapina, furto, invasione di terreni ed edifici, resistenza a pubblico ufficiale e falsa indicazione delle proprie generalità. Nel colloquio informativo, riferisce che l'avvocato è stato netto: non deve accettare alcuna proposta. Anche perché a breve sarebbe stato "regolarizzato", gli raccontano. Pure se a pendere è un'espulsione. Oggi J.G. si trova ancora in Italia, da irregolare, nonostante l'ordine del questore: il giudice di pace ha accolto il suo ricorso. L'iniziativa di counselling del programma Ue prevede - come premesso - lo stanziamento di 2mila euro a migrante come incentivo al rientro in patria.