I Friedkin non cacciano soltanto allenatori, dirigenti o consulenti. A Trigoria, ormai da anni, sembrano avere un problema più profondo: il rapporto con le figure che dentro la Roma rappresentano qualcosa di più di un ruolo. Le bandiere, i simboli, gli uomini che per storia o per impatto emotivo diventano un pezzo di romanismo. E alla fine, quasi sempre, vengono accompagnati alla porta dai proprietari americani. Troppo grande il nome, ingombrante l’aura e il sentimento che riescono a spostare, per farne il cardine della Roma made in Usa.

L’ultimo capitolo di questa lunga storia di dissapori con il romanismo porta il nome di Claudio Ranieri. A novembre del 2024 fu richiamato come il pompiere perfetto di una piazza in subbuglio, l’uomo giusto per rimettere insieme una stagione slabbrata. Il sir diventato baronetto in Premier League come volto rassicurante a cui consegnare squadra e ambiente. Poi l’addio anticipato. Un copione che torna inesorabile: la Roma dei Friedkin si innamora dei suoi simboli solo nel momento dell’emergenza, salvo poi liberarsene appena il quadro cambia.

È successo anche con Daniele De Rossi, l’uomo che più di chiunque altro incarnava l’idea di continuità tra campo, panchina e appartenenza. Preso per far dimenticare in fretta l’addio fragoroso di José Mourinho, esposto come il futuro della Roma, caricato di significati che andavano oltre il mestiere di allenatore, De Rossi è stato cacciato dopo nove mesi. Un rapporto consumato in fretta, come se quel peso simbolico fosse utile all’inizio ma scomodo da gestire sul lungo periodo.