In questi casi sì, in questi altri non va fatta. Nuove norme, paletti che limitano la chirurgia robotica. A breve, questione di giorni, l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari generali), diretta emanazione del ministero della Salute, dovrebbe rendere operative nuove “raccomandazioni” da seguire ben prima di entrare in sala operatoria. Che vuol dire programmare in anticipo come effettuare un intervento chirurgico, se con l’ausilio del robot, ormai insostituibile alleato di chi maneggia il bisturi, o se, rispettando una plurisecolare tradizione, affidarsi alla chirurgia open, quella che prevede ampi tagli e più suture. A disciplinare la materia, dettando i criteri di scelta, è una commissione istituita dallo stesso ministero, composta da specialisti di alcune branche. Tutto bene? Fino a un certo punto, perché se è vero che in alcune condizioni la robotica diventa eccesso non giustificato, in tante altre, quasi la maggioranza, risulta piuttosto il percorso terapeutico più affidabile e meno invasivo.
Il nuovo prontuario ha però scatenato un’aspra protesta di quegli autorevoli esponenti della medicina che della robotica sono convinti sostenitori. Il primo a lanciare l’allarme è Ludovico Docimo, professore ordinario dell’Ateneo Luigi Vanvitelli di Napoli e presidente della Sic, la Società italiana di Chirurgia, l’associazione che rappresenta tutti gli specialisti, universitari e ospedalieri. Da Sapporo, in Giappone, dove si trova per il congresso della Società nipponica di Chirurgia, ha ricordato a Salute che “il progresso è inarrestabile, ma soprattutto non è accettabile privare i pazienti affetti da gravi malattie di opzioni terapeutiche”.







