L’andamento dei mercati azionari che sembrano non curarsi dei rischi connessi alla crisi del Golfo e anzi si muovono in molti casi di nuovo sui massimi storici o di lungo periodo non rappresenta certo l’unico paradosso del momento attuale. La seconda apparente anomalia la si riscontra nel mondo obbligazionario in piena crisi di identità ed è altrettanto significativa, specie se confrontata con l’euforia che circonda le Borse, tanto da configurare quello che gli analisti definiscono un vero e proprio «shock di correlazione».
Pochi in effetti si sarebbero attesi in risposta agli eventi geopolitici che stanno caratterizzando l’ultimo mese e mezzo una tenuta sostanziale delle azioni dopo l’inevitabile sbandamento iniziale, ma anche un deterioramento marcato dei bond, dai quali invece ci si sarebbe aspettati un ruolo stabilizzante all’interno di un portafoglio di investimenti. Guardando per esempio ai Treasury statunitensi, si è osservato un rialzo medio dei rendimenti di oltre 50 punti durante il mese di marzo, con movimenti concentrati prima sulla parte breve della curva e successivamente estesi ai segmenti a 10 anni: una tendenza che richiama immediatamente alla memoria il recente caso del 2022, indimenticato annus horribilis per il reddito fisso.






