C’è una cosa che attraversa silenziosamente tutto ciò che Audi porta quest’anno alla Design Week: il tempo. O meglio, il suo fantasma. Lo inseguiamo come un tassista che ha perso il cliente, lo sprechiamo come se fosse gratis, lo misuriamo con orologi digitali che ci ricordano ogni secondo quanto ne stiamo perdendo.

Abbiamo app che ci promettono di “risparmiarlo”, algoritmi che ce lo rubano con gentilezza, notifiche che ci pungolano come zanzare notturne.

Eppure non siamo mai stati così poveri. Il tempo è diventato la risorsa più scarsa del pianeta, più del litio e più dell’acqua, e paradossalmente anche quella che comprendiamo meno.

Ieri sera, al Portrait Milano, Emmanuel Breguet nel Talk Audi ha parlato con la calma di chi sa di cosa parla. Non è un filosofo da talk show, è un erede di una dinastia che da duecentocinquant’anni fa orologi. E quando un Breguet parla di tempo, non lo fa per riempire il silenzio tra un aperitivo e l’altro: lo fa perché la sua famiglia ha passato secoli a studiarlo, a domarlo, a rispettarlo.

“C’è un mondo – ha detto – che conosce questo principio meglio di chiunque altro: il mondo dell’orologeria. Un mondo in cui la lentezza non è un difetto, ma una forma di rispetto. Dietro quelle lancette che si muovono con compostezza quasi snob, quasi immobile, si nascondono ingranaggi che vibrano a frequenze vertiginose”. È un paradosso bellissimo: l’oggetto più potente per misurare il tempo è anche quello che richiede più tempo per essere creato.