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Ultimo aggiornamento: 9:35 del 21 Aprile
Sono passati ottanta anni da quel 23 aprile del 1946, quando la Piaggio & C. Spa di Pontedera depositò il brevetto di uno scooter assolutamente innovativo. La firma era quella dell’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio che descriveva una “motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica”.
D’Ascanio era stato assunto nel 1932 per progettare aerei ed elicotteri, e quando Enrico Piaggio – con il fratello Arnaldo gestiva l’azienda fondata dal padre Rinaldo – gli chiese di occuparsi un mezzo a due ruote, non ne fu entusiasta: “No, non voglio. Io non sono nemmeno capace a guidarla, una moto”, rispose. Moto che giudicava scomode, ingombranti e con gomme troppo difficili da cambiare. Ma lo spirito di servizio prevalse e D’Ascanio dapprima valutò il prototipo MP5 “Paperino”, che ricordava le piccole moto dei paracadutisti, poi lo rivoluzionò, progettando un mezzo pratico, guidabile con facilità da un “uomo, una donna e da un prete in gonnella”.
D’Ascanio inventò la prima moto a scocca portante della storia, priva di una struttura tubolare in acciaio e quindi del tunnel centrale. Così si creava uno spazio di carico e non c’era bisogno di scavalcare. La sospensione anteriore a biellette era ispirata a quelle dei carrelli aeronautici e il motore era concettualmente derivato dai motori d’avviamento degli aerei. Il cambio era sul manubrio per aumentare la praticità, il motore era coperto per non macchiare i pantaloni e c’era pure la ruota di scorta. Quando Enrico Piaggio vide il nuovo prototipo MP6, che aveva una parte centrale molto ampia per accogliere il guidatore e la vita stretta, esclamò: “Sembra una vespa!”. Nel febbraio 1946, dopo aver completato il collaudo dei primi sei prototipi, fu ultimato il progetto da produrre in serie.












