Cosa definisce una buona qualità di vita dopo una malattia oncologica? Molte cose, fra cui la possibilità di diventare genitori. Una sfida più difficile nel caso delle donne, per la sensibilità degli ovociti; resa ancora più ardua nel caso in cui il tumore colpisca proprio l’apparato riproduttivo o che le terapie prevedano, per esempio, una radioterapia a livello delle pelvi. Luciana Cacciottola, ricercatrice alla Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences, non si fa spaventare dalle difficoltà e ha deciso di accettare la sfida, quella più complicata: è impegnata nello sviluppo di nuove strategie farmacologiche per ridurre i danni sull’ovaio causati da radioterapia e preservare così la fertilità delle giovani donne. La sua ricerca è una delle premiate dal Bando per la ricerca indipendente di Fondazione Roche.

"Dobbiamo fare diventare le diseguaglianze di salute una priorità"

I limiti delle tecniche attuali

Oggi le principali opzioni per preservare la fertilità sono il prelievo e la crioconservazione degli ovociti o del tessuto ovarico. Tecniche efficaci, ma non prive di criticità. Costi elevati, complessità organizzativa e accesso disomogeneo tra i diversi Paesi ne limitano la diffusione. “Queste procedure, pur valide, non sono sempre sostenibili né universalmente accessibili”, sottolinea Cacciottola. “Esistono contesti in cui semplicemente non possono essere applicate”. A ciò si aggiungono limiti clinici non trascurabili: in ambito pediatrico, per esempio, la trasposizione chirurgica delle ovaie può risultare inefficace, perché le dimensioni ridotte della pelvi non consentono di allontanare a sufficienza l’organo dal campo di irradiazione.