Il fenomeno dell’antibiotico-resistenza è molto diffuso già nei neonati. Un problema di salute pubblica, quello della perdita di efficacia degli antibiotici contro i microrganismi (compresi dunque non solo i batteri, ma tutti i microrganismi), che si stima causi direttamente ogni anno più di un milioni di decessi, ma associato a circa 4,7 morti in totale. Alcuni ricercatori oggi hanno svelato un nuovo aspetto legato alla diffusione del fenomeno, che riguarda appunto i neonati.La notizia arriva a margine del Congress of the European Society of Clinical Microbiology and Infectious Diseases ( Escmid Global 2026) in corso a Monaco e non arriva del tutto a sorpresa. Come riassume una nota congressuale, infatti, già da tempo alcune ricerche avevano rimesso in discussione la sterilità del meconio, indicando la presenza di tracce di derivazione batterica risalenti a già prima della nascita, e quindi a prima della colonizzazione post partum. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno approfondito il tema, focalizzandosi sulla presenza non solo di microrganismi, ma su eventuali tracce di resistenza antimicrobica nel meconio, prodotto di quanto mangiato dal neonato in utero (come cellule epiteliali, liquido amniotico e muco). ”Abbiamo analizzato campioni di meconio entro le prime 72 ore di vita per catturare la prima istantanea dell'esposizione microbica e genetica nei neonati - ha spiegato Argyro Ftergioti PhD candidate della Aristotle University of Thessaloniki, e a capo dello studio - In questa fase, la raccolta di geni di resistenza è influenzata principalmente dalla trasmissione materna, dalla modalità del parto e dalle primissime esposizioni ospedaliere".Le analisi sono state condotte su 105 neonati ricoverati in terapia a ridosso della nascita e ricercato la presenza di una cinquantina di geni associati alla resistenza antimicrobica. I dati raccolti hanno mostrato che la presenza di questi geni - di fatto le armi con cui i microrganismi riescono a resistere agli antibiotici - è piuttosto diffusa nel meconio. In media ogni campione ne contiene otto e tra i geni che più spesso i ricercatori hanno riscontrato nelle feci dei neonati ci sono oqxA, qnrS, sul-1, e qnrB associati a resistenze contro diverse classi di antibiotici, come fluorochinoloni, sulfonamidi e beta lattamici. Non si tratta di ritrovamente accidentali, ma molto comuni: i geni oqxA e qnrS erano presenti nella quasi totalità dei campioni.Altri dati che emergono dallo studio - in parte prevedibili - è che la presenza di alcuni geni di resistenza si associata a ricoveri materni o particolari interventi sui neonati e che la resistenza ai carbapenemi, considerati antibiotici di ultima linea, si riscontra in un neonato su cinque. Secondo i ricercatori, aver trovato una così elevata diffusione dei geni legati alla resistenza antimicrobica nei neonati (sebbene critici, dal momento che parliamo di bambini ricoverati in terapie intensive), rimarca l’importanza di tenere sempre accesi i riflettori sul fenomeno, anche nei più piccoli, con attività di prevenzione e monitoraggio. Ma la lotta all'antibiotico-resistenza, più in generale, oltre a questo deve contare su un uso appropriato degli antibiotici, su innovazione e ricerca (dalla diagnosi alla cura delle infezioni), contare sulla collaborazione in iniziative di ampio respiro e sulla formazione di operatori sanitari e singoli cittadini. Questi sono infatti i pilastri della lotta al fenomeno definiti nella strategia nazionale di contrasto dell’antibioticoresistenza 2022-2025.