Per decenni la questione sembrava chiusa prima ancora di essere posta: cani e gatti mangiano carne. Punto. Era una convinzione radicata nella cultura comune, nell’etologia, nella pratica veterinaria e soprattutto nell’industria del pet food. Eppure, negli ultimi anni qualcosa è cambiato. L’idea di una alimentazione vegetale (o più correttamente plant-based) per animali domestici – fino a poco tempo fa considerata marginale o perfino eccentrica – è entrata nel dibattito scientifico, etico e ambientale.

Non si tratta soltanto di una moda alimentare. È il risultato di tre grandi trasformazioni contemporanee: la crescente attenzione all’impatto ambientale della produzione animale, l’evoluzione delle conoscenze nutrizionali e il cambiamento del rapporto tra esseri umani e animali domestici.

L’impatto ambientale della carne

Il primo fattore che ha portato l’argomento al centro della discussione riguarda l’ambiente. Negli ultimi vent’anni la letteratura scientifica ha evidenziato con sempre maggiore precisione il peso dell’allevamento nella crisi climatica. Secondo un rapporto della Food and Agriculture Organization del 2025, la filiera globale del bestiame produce circa 4,3 gigatonnellate di CO₂ equivalente all’anno, pari a circa il 12% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica.