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Ultimo aggiornamento: 13:15

di Rocco Ciarmoli

Il 21 aprile del 1946 moriva John Maynard Keynes. Aveva sessantadue anni e la sensazione di aver perso la partita decisiva. A Bretton Woods aveva provato a immaginare un ordine monetario capace di contenere gli squilibri tra paesi prima che diventassero crisi sistemiche; ne uscì un compromesso dominato dal dollaro. Tornò in Inghilterra stremato e poche settimane dopo il cuore cedette.

Ottant’anni dopo la domanda non è celebrativa. È scomoda. Che cosa vedrebbe oggi Keynes, di fronte a un capitalismo finanziarizzato che accumula ricchezza senza trasformarla in stabilità? Vedrebbe nell’Europa una contraddizione enorme: una massa ingente di risparmio che non diventa investimento, non per mancanza di risorse ma per carenza di aspettative. Il risparmio, spiegava, non si trasforma automaticamente in investimento; dipende dal futuro che gli attori economici immaginano. Quando quel futuro si oscura tra tensioni geopolitiche, transizione energetica e rivoluzione tecnologica, gli “animal spirits” si ritirano, non per irrazionalità ma per difesa.