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Ultimo aggiornamento: 14:08

di Carmelo Zaccaria

Gli economisti Daron Acemoglu e James A. Robinson hanno sostenuto in un loro famoso studio che le nazioni falliscono quando nel loro funzionamento prevalgono istituzioni estrattive, cioè quando una ristretta èlite è determinata ad “estrarre” reddito e ricchezza beneficiandosene, a scapito della maggioranza della popolazione; lo scopo principale è quello di mantenere più a lungo possibile, e con ogni mezzo, lo status quo, impedendo la diffusione di nuove energie creative che potrebbero minacciare il sistema di potere ed i suoi privilegi. Questo è quello che succede in Iran dove, da diversi anni, un’aristocrazia teocratica pervasiva e oscurantista cerca di soffocare ogni sforzo innovativo, sia tecnologico che culturale. Le nazioni gestite in maniera autocratica, con metodi repressivi, insensibili ad ogni anelito di modernizzazione, implodono a seguito dell’emergere di conflitti tra fazioni e gruppi di potere che sentono insidiata la loro influenza.

Dunque il “tiranno” cade non per una rivoluzione popolare, né per un attacco esterno, ma quando le élite interne (nel caso dell’Iran: esercito, burocrazia dei chierici, strutture paramilitari come i Guardiani della Rivoluzione) decidono che l’autorità governativa non è più utile o difendibile. Alcuni regimi, specialmente quelli più violenti, possono resistere per anni anche in condizioni disperate, ricomponendo falle, cercando di tappare i buchi prodotti dalle proteste interne e dall’isolamento. Paradossalmente di fronte ad un attacco esterno potrebbero addirittura rinsaldarsi, senza dare evidenti segni di cedimento soprattutto se hanno, come l’Iran, radici storiche profonde ed una forte e consolidata tradizione politico-amministrativa.