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Sembra proprio che una parte della sinistra non sia contro il nucleare in sé, ma contro chi lo controlla

C'è un cortocircuito clamoroso che attraversa il dibattito sulla guerra in Iran, tutto politico, prima ancora che geopolitico. Da una parte, la sinistra globale quella verde, radicale, pacifista a intermittenza si scopre improvvisamente contro la guerra. Dall'altra, però, è la stessa area culturale che per anni ha combattuto con feroce determinazione qualsiasi forma di energia nucleare, persino quella civile. Insomma il nucleare militare e fintamente civile per gli Ayatollah va bene, ma se la tecnologia la maneggia Ansaldo è un problema. E qui nasce il paradosso. Quella stessa galassia si indigna, infatti, per l'ipotesi che Donald Trump voglia mettere le mani sull'uranio iraniano. Eppure, se c'è un punto su cui il tycoon è coerente, è proprio questo: impedire che quel materiale finisca in un programma militare e portarlo sotto controllo internazionale per evitare derive atomiche. Una posizione che nasce da un presupposto semplice: l'Iran possiede quantità di uranio arricchito molto elevate, prossime alla soglia utile per un'arma nucleare. Ora, si può discutere il metodo, si può criticare il linguaggio muscolare, si può dubitare della fattibilità diplomatica, ma il punto resta. Centrali chiuse, progetti bloccati, referendum celebrati come vittorie ideologiche, brindisi alla finta chiusura dei reattori tedeschi. E allora viene da chiedersi: se il nucleare è il male assoluto, perché scandalizzarsi se qualcuno prova a sottrarre materiale potenzialmente pericoloso a un regime instabile? È qui che il racconto si incrina.