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Teheran punta su produzione di massa, sciami e attacchi ripetuti per saturare le difese nemiche e trasformare la quantità in vantaggio strategico
Nel quadro del confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele nel biennio 2025–2026, Teheran ha progressivamente ricalibrato il proprio strumento militare secondo una logica di sostenibilità operativa e pressione continuativa. In questo scenario, l’espansione della produzione di sistemi aerei senza pilota (UAV) si configura come un elemento cardine di tale trasformazione, con implicazioni sia sul piano tattico sia su quello strategico regionale.
Le dichiarazioni relative a un incremento fino a dieci volte della produzione di UAV rispetto alla fase pre-conflitto suggeriscono, secondo diverse analisi, una riorganizzazione del comparto industriale orientata alla produzione seriale e alla resilienza. La dispersione degli impianti e l’impiego di componenti standardizzati e facilmente reperibili consentirebbero di mantenere la continuità produttiva anche sotto pressione militare. Su questo presupposto si innesta un adattamento dottrinale: l’Iran sembrerebbe privilegiare piattaforme a basso costo, tra cui droni d’attacco monouso e munizioni circuitanti, impiegati in sequenze ripetute. Ne deriverebbe una capacità di ingaggio persistente, meno dipendente da sistemi complessi e più adatta a sostenere operazioni prolungate.






