Quando Arnaldo Rivera, ex partigiano, sindaco e maestro di scuola, riunì i viticoltori delle Langhe nel 1958, lo fece partendo da un’ingiustizia. C’era una piazza, a Castiglione Falletto, in provincia di Cuneo, che la gente del posto chiamava la Piazza dei Morti: lì i contadini scendevano dalle colline con i carri carichi d’uva, spesso per ritrovarsi in balia della speculazione. La risposta fu una frase tanto semplice quanto radicale: «Gli interessi degli agricoltori li facciamo noi». Da queste parole nacque Terre del Barolo, cooperativa vinicola delle Langhe che con 22 milioni di fatturato oggi rappresenta una delle più grandi e antiche cantine di Confcooperative.
A guidarla è Rosa Oberto, socia e vicepresidente, ma anche nipote di uno dei protagonisti della nascita della cooperativa. Non pensava in realtà di fare del vino la sua carriera. Veniva dallo sport professionistico, e la svolta arrivò quasi per necessità emotiva. «Mio padre disse: se qualcuno si ferma a proseguire la tradizione bene, altrimenti vendiamo - racconta -. L’idea di vendere quelle vigne, che per me sono parte della famiglia e della vita, non la sopportavo». Così, con due figli piccoli e un lavoro su turni, ha scelto i vigneti. E lo ha fatto tramite la cooperazione in modo consapevole, non per mancanza di alternative. «Mio nonno aveva creato l’azienda sul modello cooperativo perché non aveva altre strade. Io invece no, l’ho scelta perché per me è sfidante pensare al plurale anziché al singolare, essere un “noi” piuttosto che un singolo».









