Dai visti italiani falsificati ai gruppi Telegram che vendono ingressi in Europa, fino agli account Facebook che offrono passaporti e permessi di soggiorno contraffatti e ai profili social che annunciano partenze dalla Libia con video di barche e capannoni. La filiera dell’immigrazione clandestina si muove online, parla arabo e bengalese, usa numeri telefonici esteri, attraversa circuiti riconducibili a frange islamiche e replica sempre lo stesso schema: propaganda del viaggio, contatto operativo, documento falso, attraversamento. Uno degli elementi della filiera è proprio quello dei documenti. Nel 2020 una cittadina yemenita è stata fermata all’aeroporto di Amman mentre tentava di imbarcarsi su un volo per Milano con un visto italiano falsificato. Da quel caso sarebbe affiorata una catena di contatti che partiva dagli Emirati Arabi, passando per una connazionale che aveva già raggiunto l’Europa via Turchia con documentazione falsa e arrivava a un referente yemenita nel Golfo chiudendo su un intermediario indicato come "King". All’arrivo sarebbe stato previsto il pagamento di mille dollari a un collaboratore egiziano del referente.