Katiuscia Laneri, giornalista napoletana Doc (nonostante il nome un po’ fuori contesto) ha una vita professionale multipla: ha lavorato per grandi tv e giornali, dalla Rai al Fatto Quotidiano, ha realizzato reportage in Italia e nel mondo (anche in teatri di guerra come Afghanistan, Kosovo e Libano), ha pubblicato tre libri e ha vinto sette premi letterari; però non ha mai concretizzato questi successi in una vera e propria carriera (si intende: una carriera con tanto di assunzioni stabili, stipendi fissi, gradi, scatti di anzianità eccetera) e un po’ per questo motivo, e un po’ per vocazione naturale all’indipendenza, non ha mai goduto di certezze economiche. Perciò ha affiancato all’attività propriamente giornalistica un profluvio di iniziative imprenditoriali nel settore dell’editoria, fondando società di comunicazione digitale, web tv, magazine di citizen journalism e creando format televisivi e facendo la social media manager; inoltre ha fornito consulenze di altissimo livello (anche per il Centro Alti Studi della Difesa), ha realizzato progetti per imprese terze e ha risolto crisi aziendali. Insomma, il suo curriculum è brillante.

Katiuscia Laneri

Eppure, oltrepassata la soglia dei cinquant’anni, Katiuscia Laneri ha la spiacevole sensazione di stringere fra le mani il classico pugno di mosche: non muore di fame, ma ha sperimentato sulla sua pelle che il mercato non premia l’intraprendenza come si crede. E questo l’ha spinta a scrivere un libro autobiografico dal titolo auto-ironico, ma per niente scherzoso, semmai amaro: “Partire a razzo e finire a ca…”, in cui accenna appena alla parte solare della sua esperienza di lavoro mentre racconta per filo e per segno tutto quello che è andato storto, augurandosi di trarre indicazioni utili per il suo futuro, e che ne possano beneficiare anche i suoi lettori.