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Ultimo aggiornamento: 6:14
Per il triennio 2026-2028 l’Italia avrà a disposizione 6.182,610 tonnellate annue di tonno rosso, circa 900 tonnellate in più rispetto al 2025, cioè un aumento vicino al 17%. Lo ha stabilito il decreto direttoriale del Masaf del 1° aprile 2026 sulla campagna di pesca del tonno rosso.
Per capire la notizia, però, bisogna chiarire un punto essenziale: le quote non nascono da una trattativa italiana autonoma. Il contingente viene definito dentro un sistema multilivello in cui contano le decisioni internazionali e poi quelle europee; solo a valle arriva il decreto nazionale che distribuisce la quota italiana tra i diversi sistemi di pesca e le imbarcazioni autorizzate. Lo stesso Masaf presenta infatti il decreto come l’atto che disciplina la campagna nazionale 2026-2028, mentre il quadro generale si inserisce nelle decisioni europee e internazionali richiamate anche nelle ricostruzioni sulla nuova quota italiana.
E qui comincia l’equivoco italiano. Ogni volta che arriva un decreto sulle quote del tonno rosso, una parte del sistema politico-amministrativo si comporta come se fosse stata vinta una battaglia geopolitica. Si celebra la quota, si esibisce il riparto, si rivendica il risultato. Ma ricevere una possibilità di pesca non significa avere guidato il negoziato. Significa, più modestamente, avere ottenuto una porzione di ciò che è stato costruito altrove, dentro una cornice in cui il volto esterno non è quello dell’Italia ma quello dell’Unione europea. La stessa Commissione spiega che i Sustainable Fisheries Partnership Agreements con i Paesi terzi sono negoziati e conclusi dalla Commissione per conto dell’Ue.






