Lanciano onde sonore in acqua per poi ascoltarne l'eco: è così che i cacciamine della Marina militare, grazie ai sonar, salvano la vita degli equipaggi scovando ordigni da disinnescare nei fondali.

L'Italia, pronta ad inviarli nello stretto di Hormuz ancora una volta a distanza di decenni, rappresenta in questo settore militare un'eccellenza con otto navi di questo tipo, dal 'Gaeta' al 'Vieste'.

Il cacciamine Chioggia

Si tratta di imbarcazioni non molto grandi, lunghe cinquanta metri e larghe dieci, per cinquecento tonnellate di peso, con equipaggi di circa cinquanta persone mentre gli scafi vengono realizzati con materiali che riducano al minimo la loro traccia magnetica come la vetroresina, per eludere i rischi di detonazione delle mine. Il loro strumento di ricerca degli ordigni è il sonar, che realizza un'immagine dei fondali intorno come una sorta di radar, lanciando onde sonore il cui eco restituisce le informazioni necessarie. Una volta identificati i bersagli, si passa alla fase investigativa attraverso un drone subacqueo, filoguidato e con delle telecamere. Ad essere pronti ad entrare in azione sono anche i palombari della Marina militare specializzati nel disinnesco di ordigni, il corrispettivo del genio degli artificieri di terra. In altri casi vengono utilizzati gli stessi droni subacquei, che utilizzano i propri sonar per poi trasmettere le informazioni ai cacciamine madre. A bordo c'è anche una camera iperbarica, per trattare eventuali embolie del personale subacqueo e quindi per eventuali attività mediche di soccorso immediato. In generale, in una giornata sarebbe possibile mappare un'area fino a dieci miglia quadrate di campo minato a seconda della zona in cui si opera. I cacciamine necessitano spesso di una fregata e di una nave logistica di appoggio, come la 'Etna', la 'Vulcano' o la 'Atlante'.