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Dal caso Bosch in Spagna al boom degli investimenti di Pechino, il continente si trova davanti a un bivio: rilanciarsi o finire in una nuova dipendenza economica
Cosa potrebbe accadere all’economia dell’Europa nel giro dei prossimi anni per colpa di uno squilibrato rapporto con la Cina? C’è un esempio emblematico che aiuta a rispondere a questa domanda. I riflettori sono puntati sulla deindustrializzazione andata in scena nella fabbrica Bosch di Navarra, in Spagna: un tempo fulcro produttivo, oggi un sito abbandonato, travolto dalla concorrenza dei prodotti a basso costo provenienti da Pechino. Eppure, proprio da oltre la Muraglia potrebbe arrivare una nuova possibilità. Già, perché mentre le imprese europee perdono terreno, quelle cinesi si propongono come motori di rilancio industriale nel Vecchio Continente.
Il Financial Times ha coniato un nuovo termine per descrivere la suddetta tendenza: “shock cinese 2.0”, ossia una versione aggiornata di quel fenomeno che nei primi anni Duemila sconvolse gli equilibri manifatturieri globali. Cosa significa? Semplice: l’Europa si trova adesso di fronte a un dilemma strategico: accogliere gli investimenti cinesi o respingerli per evitare nuove forme di dipendenza.






