La proprietà più affascinante della neve è quella di avvolgere l'ambiente in un silenzio ovattato e che rende il paesaggio incantevole e suggestivo. Ne L’inverno più duro (in originale, The Damned, ovvero I dannati), la neve - assieme al ghiaccio e al gelo - perde la sua qualità fiabesca e si trasforma in un nemico implacabile che porta all’isolamento, all'immobilità e alla morte. Pregevole debutto al lungometraggio dell’islandese Thordur (Þórður) Pálsson di I delitti di Valhalla, L'inverno più duro è un horror psicologico che indaga i limiti dell'etica e il potere dei sensi di colpa, dove i miti del folklore nordico suggestionano le menti fino a generare mostri, alimentato dalle dicotomie del ghiaccio e del fuoco, del reale e dell'arcano, basato su un terrore scaturito dall’attesa snervante, dall’atmosfera opprimente e dal potere della suggestione. Originale e derivativo al tempo stesso, è debitore di La cosa e Fog di Carpenter, di The Witch e The Lighthouse di Eggers, e un po' di Ari Aster.La storia si svolge sulle coste gelide dell'Islanda del XIX secolo, dove una piccola comunità di pescatori si reca ogni anno per accumulare più pescato possibile in condizioni di sopravvivenza estreme. La giovane proprietaria Eva (Odessa Young), che ha ereditato l'attività di pesca dal marito defunto, affronta per la prima volta da leader uno degli inverni più duri e ostili, durante il quale le tempeste di neve sono interminabili, le scorte di cibo si stanno esaurendo e uscire a pescare è impossibile. Rinchiusi in taverna in attesa che il maltempo passi, i pescatori ed Eva ascoltano le storie terrificanti ispirate ai miti nordici narrati dalla governante. Quando una nave belga affonda al largo della costa, aiutare i sopravvissuti o lasciarli morire diventa una scelta lacerante a cui è impossibile sottrarsi: soccorrerli vuol dire dividere le scarse provviste, ignorarli implica compiere una scelta “necessaria” ma moralmente inaccettabile. Le conseguenze di quella decisione scateneranno un clima di paranoia e sensi di colpa alimentato dalla superstizione: in diverse saghe islandesi, infatti, ricorre la figura del draugr, uno spirito di vendetta che possiede una forma fisica.Nella seconda (di tre) parti del film, la suggestione e la perdita di lucidità prendono il sopravvento, e apparizioni impossibili da discernere come reali o allucinazioni perseguitano l’isolato gruppetto. La presenza dell’entità è primariamente simbolica e si perde nel confine sfumato tra realtà e immaginazione, man mano che visioni, sogni e superstizioni influenzano e poi alterano la percezione degli eventi. Il peccato, il senso di colpa e l'inconscio bisogno di punizione ed espiazione si diffondono come un virus tra i pescatori, come infettati da una dilagante malattia dell'anima. The Damned è un horror psicologico disturbante su una comunità “afflitta” da una coscienza, incapace di commettere un crimine senza sentirne il peso, ancora molto legata ai miti pagani ma profondamente influenzata dalla fede e dagli insegnamenti cristiani. Il film, in questo senso, è una cupa favola morale, un racconto allegorico ammonitore incentrato su un sconvolgente dilemma etico che esplora i mostri in cui gli uomini possono trasformarsi quando fanno di tutto per sopravvivere.The Damned è un horror psicologico e atmosferico scarno, conciso, che non si fonda sui jumpscare ma su un’angoscia serpeggiante che non contagia solo Eva e i pescatori ma anche lo spettatore: ogni angolo buio sembra celare una figura china e sinistra, ogni panorama nebbioso sembra ospitare una presenza incombente e ominosa. La follia può uccidere prima ancora del draugr, ma che gli eventi siano la manifestazione del senso di colpa o di una maledizione, l’esito è sempre una morte orribile. Come in The Witch di Eggers, la visione del mondo religiosa e pagana è fondamentale, al pari dell'ambientazione - i paesaggi naturali ostili che esasperano il senso di isolamento fisico ed emotivo. Al netto delle analogie, il regista islandese trova la sua impronta personale, puntando principalmente sull'atmosfera, affidandosi a un ritmo languido, a una colonna sonora perturbante e a effetti sonori angoscianti basati sugli elementi naturali, come il vento che sibila e il legno che scricchiola. Efficace l'austera fotografia, che immerge i personaggi in un buio avvolgente dove il bianco spettrale della neve crea illusioni di ombre e dove la mancanza quasi totale di colore toglie ogni speranza.Ill film è ambientato in Islanda ma è stato girato con un cast anglofono composto dall'emergente attrice australiana Odessa Young di Black Rabbit e dai britannici Joe Cole di Gangs of London, Rory McCann di Il trono di spade e Siobhan Finneran di Downton Abbey. Tutti offrono interpretazioni intense. Il regista non chiede loro di mettersi al servizio di una profonda disamina psicologica, anzi si mantiene distante e freddo quasi fino alla fine, a scapito delle profondità drammatica. Tuttavia, la sceneggiatura di Jamie Hannigan, basata su un soggetto di Paulsson, fornisce sufficiente spessore drammatico da convalidare il film tanto come tragedia morale quanto come racconto dell'orrore. Nel terzo e ultimo segmento, dopo una lenta ed estenuante combustione, l’inferno si scatena, il ritmo incalza e la verità che viene a galla ed è più terribile di qualsiasi mostro. Nei momenti finali, diventa chiaro quanto questo esemplare nordico dell’horror gotico debba ai racconti di Edgar Allan Poe.