Un mattino, al risveglio dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni si ritrova con la sua politica estera trasformata in un’enorme incognita. Senza scomodare troppo Kafka, la metamorfosi della diplomazia della premier – già intuibile nelle ore successive alla chiusura delle urne, comprese quelle ungheresi – si compie definitivamente nella giornata di ieri. Appena lasciati gli stand del Vinitaly, e dopo aver già scaricato Benjamin Netanyahu rinunciando al rinnovo dell’accordo di difesa tra Italia e Israele, Meloni sperimenta sulla propria pelle la furia di Donald Trump. «È lei che è inaccettabile», dice «scioccato» al Corriere il Tycoon, leggendo la difesa di Papa Leone XIV come una sorta di lesa maestà. Tabula rasa. Se il ponte sullo Stretto resta un miraggio, quello tra Roma e Washington appare ormai un cumulo di macerie. E dire che una reazione americana, dopo la levata di scudi vaticana, la freddezza sull’offensiva in Iran e il diniego alla concessione della base di Sigonella all’aviazione Usa, a Palazzo Chigi era stata messa in conto. Al massimo però, raccontano fonti che seguono il dossier, «ci saremmo aspettati qualche frizione in più prima di arrivare al “trattamento Musk”». Ripensando alle minacce sulla Groenlandia archiviate come «incomprensioni», alle cannonate contro il multilateralismo con il Board of Peace, ai dazi imposti come leva commerciale o alle mancate scuse per l’offesa ai militari italiani caduti in Afghanistan, la giravolta appare ancora più netta. «Doveva accadere» è la formula fatalista che la premier affida alla prima linea meloniana. Difendere il Pontefice era «un impegno a cui era impossibile sottrarsi». L’anti-endorsement trumpiano ineluttabile. «Meloni ha semplicemente fatto ciò che deve fare chi guida una Nazione», scandisce Guido Crosetto. Neppure «la violenza» dei toni di Trump sorprende davvero: è considerata quasi fisiologica. Nel suo mirino sono già finiti, in sequenza, il Pontefice, Volodymyr Zelensky – atteso oggi a Palazzo Chigi – la Spagna, la Francia, il Regno Unito, la Germania e l’intera Europa. All’appello mancava soltanto l’Italia. C’è anche chi, nelle retrovie, sostiene che «non c’è fretta di ricucire». In un quadro interno appesantito dalla crisi di Hormuz, prendere le distanze da Trump può persino rivelarsi utile. Un sondaggio di “Porta a Porta” segnala che per l’81 per cento degli italiani Meloni «ha fatto bene» a difendere il Papa. Ma, al di là della lettura politica, la realtà è che Roma ha subito tirato la cordicella del paracadute diplomatico. Ad Antonio Tajani – con cui la premier si confronta più volte nel corso della giornata – viene chiesto di attivare tutti i canali disponibili. Quelli tradizionali, a partire dall’ambasciatore a Washington Marco Peronaci e dall’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta. E, soprattutto, quelli politici. Il vicepremier sente a più riprese il segretario di Stato Marco Rubio, con l’impegno reciproco a lavorare per abbassare la tensione. Meloni fa lo stesso con il vicepresidente JD Vance, rimasto l’unico interlocutore diretto dopo settimane di dialogo interrotto con Trump.
Meloni amara: “Doveva succedere”. E ora prova a ricucire con Vance e Rubio
Il fatalismo di Palazzo Chigi: posizioni insostenibili. Schlein isolata nella solidarietà a Meloni







