«Bisogna dire basta con forza», perché quando si muore come è morto Fabio Ascione, ammazzato a 20 anni per errore dopo avere trascorso la notte a lavoro, perché quando si muore come è morto Fabio in un quartiere che paga da decenni l’indifferenza delle istituzioni e l’abbandono sociale, «non possiamo restare neutrali». «Non è più il tempo di aspettare che passi 'la nottata', come diceva Eduardo», ma «è il tempo di scegliere», «il momento di cambiare», di rifuggire dalle «mezze parole» e rivendicare, pretendere quell’attenzione necessaria a risorgere, far sì che a Napoli non esistano mille Napoli, e che non ci siano più «figli che nascono con opportunità e figli che devono lottare per avere il minimo», «ragazzi che possono scegliere e altri che vengono spinti, quasi senza accorgersene, dentro percorsi che non sono vita».

Napoli, ucciso per errore a 20 anni: la verità sulla notte di camorra in cui è morto Fabio Ascione

Dal pulpito della chiesa Santi Pietro e Paolo nel quartiere Ponticelli a Napoli, l’arcivescovo Domenico Battaglia celebra i funerali dell’ennesima giovane vita spezzata da una camorra barbara e rivolge un accorato appello ai giovani e alla famiglie di questo quartiere alla periferia est di Napoli martoriato dalla criminalità, soffocato dal pregiudizio e dimenticato dalle istituzioni. «Finché accetteremo questo, finché diremo che è sempre stato così, continueremo a celebrare funerali invece che costruire un futuro diverso possibile», dice don Battaglia, durante l’omelia alle esequie di Fabio Ascione, ammazzato il 7 aprile con un colpo di pistola partito accidentalmente dall’arma di un giovane criminale, Francescopio Autiero, che si sta vantando di avere aperto il fuoco, pochi minuti prima, contro un gruppo rivale mentre erano in strada.