Già prima della pandemia all'ombra del Cupolone si avvertiva il suono insistente di una campana a martello: le finanze vaticane erano in sofferenza. Non era un allarme improvviso, gli anni delle vacche grasse appartenevano ormai al passato. Nelle riunioni riservate del Consiglio per l'Economia, i cardinali si confrontavano a porte chiuse. I costi apparivano insostenibili, il fondo pensioni era in rosso, l'Obolo di San Pietro quasi prosciugato. Fu in quel clima che cominciò a prendere forma, dapprima come ipotesi sussurrata, un'idea destinata a incrinare un tabù secolare: l'elezione di un papa statunitense. Un'eventualità che, fino a poco tempo prima, sarebbe sembrata impensabile, ma che ora si insinuava nei discorsi più riservati.
Gli Stati Uniti, dopotutto, restavano (e restano) tra i principali sostenitori economici della Chiesa. E forse qualcuno iniziava a pensarlo apertamente avrebbero potuto contribuire a risolvere non pochi problemi economici. C'era chi lo diceva senza troppi giri di parole: non si poteva escludere che l'episcopato americano, di fronte a un Vaticano sempre più fragile e diviso, finisse per far pesare la propria influenza, anche economica, in vista di un futuro conclave. Cosa che puntualmente avvenne, come racconta Massimo Franco nel suo ultimo libro "Papi Dollari e Guerre" (Solferino, 22 euro, pagine 360) che viene presentato oggi al Teatro Manzoni, alle ore 18 dalla giornalista americana Delia Gallagher, monsignor Antonio Mennini, già nunzio apostolico a Mosca e Londra, Romano Prodi e dal giornalista Paolo Pagliaro.










