C’è qualcosa che stona profondamente: un vero e proprio cortocircuito etico. Si manifesta ogni volta che Dio viene invocato per benedire una strategia militare, una decisione geopolitica o - peggio - un conflitto armato. Negli ultimi tempi, infatti, si è consolidata un’alleanza sempre più esplicita tra una parte dell’establishment politico statunitense e settori dell’evangelicalismo fondamentalista: un’intesa che non si limita al sostegno elettorale, ma si nutre di un linguaggio religioso identitario, capace di trasformare scelte politiche in missioni quasi divine. In una prospettiva sociologica, questo processo mostra come il sacro possa essere mobilitato per costruire identità collettive e rafforzare legittimazioni di tipo nazionalistico.

IDENTITÀ CONTRAPPOSTE

Non si tratta di un’eccezione. Dinamiche simili sono emerse più volte nel corso della storia, sia in ambito cattolico che protestante e, recentemente, come si è visto anche nel conflitto in Ucraina, dove riferimenti religiosi ortodossi sono stati utilizzati – da più parti – per rafforzare il senso di legittimità, consolidare identità contrapposte e conferire alla guerra un’aura di sacralità. Cambiano le bandiere, ma il meccanismo resta lo stesso: il sacro – anche nel mondo musulmano – viene chiamato a certificare ciò che è, in realtà, profondamente umano. Il nodo critico emerge quando la fede viene piegata a fini strumentali: versetti biblici o coranici estratti dal loro contesto per sostenere una linea politica, simboli religiosi trasformati in strumenti di consenso, Dio ridotto ad alleato di parte.