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Ultimo aggiornamento: 6:26

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Fine marzo. A Le Locle, sotto la neve, nel cantone svizzero di Neuchâtel vicino al confine con la Francia, le cose non solo rallentano: si mettono d’accordo. Non è una banalità meteorologica. È proprio che la neve, con quella sua ostinazione a smussare gli angoli, costringe anche le idee a fare lo stesso. E così capita che una vecchia filastrocca, invece di restare al suo posto, torni a bussare alla porta della nostra memoria distratta di gente ipertecnologica del terzo millennio.

“Per fare tutto, ci vuole un fiore” cantava, ai bambini veri e agli adulti rimasti (per fortuna) un po’ bambini dentro, Sergio Endrigo su parole di Gianni Rodari. La intonavamo senza pensarci troppo, negli anni Settanta, che è poi il modo migliore per dire cose complicate. Adesso la chiameremmo sostenibilità, economia circolare. Qui, a pochi treni da Ginevra, quel ritornello smette di essere una citazione e diventa una mostra. “Pour tout faire, il faut une fleur”, il suo titolo francese, in corso al Musée des Beaux-Arts di Locle: il tipo di progetto che parte semplice e poi, con calma elvetica, si complica quel tanto che basta. Perché il punto non è il fiore: è tutto quello che lo precede, lo segue, lo rende possibile. Il museo in questione, del resto, sembra averci preso gusto a questa idea di movimento. Non è più un posto dove le opere si accomodano.