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Il fallimento dei colloqui di Islamabad torna ad accendere l’attenzione sulla situazione nello Stretto. Dove Teheran detiene ancora un vantaggio strategico
La riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino dell’uranio arricchito e lo scongelamento dei fondi iraniani all’estero. Questi i tre punti su cui si sarebbero arenati i colloqui di Islamabad tra i rappresentanti degli Stati Uniti e la Repubblica Islamica. Tra tutti i dossier discussi nelle 21 ore di negoziati il nodo più delicato e urgente da sciogliere per la squadra Usa resta però il primo. Senza infatti il ripristino della libera navigazione nel Golfo Persico, che sta cominciando a far sentire gli effetti sull’economia globale, il nuovo ultimatum di due settimane stabilito martedì scorso da Donald Trump potrebbe concludersi con il riavvio di nuove operazioni militari e, forse, con l’intervento di truppe Usa sul territorio dell’Iran.
Nella giornata di ieri, mentre gli occhi del mondo erano puntati sul Pakistan, il Centcom ha reso noto che le forze statunitensi hanno cominciato le operazioni di sminamento nello Stretto. Un’operazione confermata dal tycoon sul social Truth e subito smentita dall'Iran. Un botta e risposta che si è consumato nelle stesse ore in cui il New York Times ha scritto che Teheran non è in grado di riaprire lo Stretto in quanto non riesce a localizzare tutte le mine che ha posato nello strategico canale di navigazione.






