C’è qualcosa che credo di sapere sul 2027, nel senso della futura campagna elettorale per le politiche. No, non l’esito, che al momento appare purtroppo apertissimo: vittoria del centrodestra (auspicabile ma tutt’altro che facile); oppure vittoria della sinistra a trazione Conte-Salis (il Pd è ufficialmente un partito-cannibale: gli va bene tutto tranne che il suo attuale segretario, destinato a essere regolarmente divorato); oppure gran pareggio-pantano, cioè lo «scenario palude» del quale Il Tempo vi parla da settimane, e che è di gran lunga il preferito dai poteri marci italiani, impazienti di tornare a commissariamenti in salsa tecnica. Come finirà tra un anno, oggi, nessuno può dirlo. E allora cos’è che credo di sapere? Mi pare di scorgere una impressionante somiglianza di scenario e di condizioni generali rispetto alla campagna elettorale che iniziò alla fine del 1993 e portò al voto del 27 marzo 1994. Dimenticate per un momento l’esito: gran vittoria di Silvio Berlusconi, alleato a Nord con Umberto Bossi e a Sud con Gianfranco Fini, e poi capace di metterli insieme. Un capolavoro che purtroppo sarebbe saltato pochi mesi dopo per le scelte di Bossi, le manovre di Oscar Luigi Scalfaro e - anche lì - con le solite «soluzioni» simil-tecniche, propedeutiche alla vittoria della sinistra nel 1996. No, fermatevi all’inizio di quella campagna, e lì troverete le somiglianze di cui vi parlavo.
Capezzone: la strategia per battere quella “velenosa” macchina da guerra della sinistra italiana
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