Fatto il giro di boa del referendum, due sono gli appuntamenti chiave ai quali guardano i partiti: il voto politico e l’elezione del Presidente della Repubblica. Chi vince il primo (nel 2027) ha buone possibilità di portare a casa anche il Quirinale (nel 2029). Non è una certezza, solo un miglior punto di partenza, perché non è solo una questione di seggi, servono alleanze, spesso trasversali, un po’ di intelligenza con il nemico, molta astuzia di Palazzo e pazienza da tessitore, va ricordato che per l’elezione del Capo dello Stato il Parlamento in seduta comune è allargato a 58 delegati regionali, che nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei due terzi, che dal quarto scrutinio basta la maggioranza assoluta e, soprattutto, che il voto è segreto. È l’elezione più ricca di intrighi, popolata di leggende e miti.

Nell’opposizione circolano già i nomi dei papabili, si fanno ipotesi, come ha raccontato ieri Elisa Calessi, e tra i cardinali menzionati nei pensosi caminetti progressisti, Giuliano Amato ha scritto a Libero per dire «non ho l’età» e levarsi subito dalla giostra. Tutti i piani sono condizionati dall’esito delle elezioni, ma non sono per niente prematuri come pensano i profani, perché si può conquistare il Quirinale anche da sconfitti, tanto che dal 1994, in un sistema di alternanza a Palazzo Chigi tra destra e sinistra, al Quirinale è sempre arrivato un Presidente più o meno progressista, mai espressione piena del centrodestra.