Il pollice verde non esiste. È un’espressione di origine ottocentesca diventata poi sinonimo di discriminazione. Ci sarebbero persone con capacità innate e altre non all’altezza. In realtà, tutti possono dedicarsi con successo alla coltivazione delle piante. Anche una persona bendata o ipovedente. La vista, in questa campo, non è poi così indispensabile. Una rosa si può riconoscere dal profumo e per valutare la qualità di un terriccio bisogna prima di tutto toccarlo con mano. Ascoltando il calpestio delle foglie secche o il fruscio al vento si può distinguere un faggio da un bambù. La cura del verde è una pratica inclusiva. Tanto che all’Orto botanico dell’Università di Torino è partito il primo corso sperimentale di giardinaggio per ipovedenti e persone con disabilità visive. Un percorso pratico di tre moduli per sviluppare il potenziale sensoriale nascosto e dedicarsi senza pregiudizi a gerani o pomodori. Per risparmiare sull’irrigazione, e ridurre il consumo di risorse naturali, ci sarà spazio anche per una formazione specifica sulle tecniche empiriche di verifica dello stato di salute delle piante che privilegiano tatto, olfatto e gusto.

I pionieri di questo genere di visite destinate agli ipovedenti sono stati i Kew Gardens di Londra che hanno costituito un dipartimento dedicato ai tour sensoriali. In Italia gli orti botanici di Torino e di Padova le propongono spesso nella bella stagione mentre al Giardino dei semplici di Firenze tutte le informazioni sulle piante sono anche tradotte in braille. Il corso di giardinaggio è un passo in avanti verso un verde accessibile perché insegna non solo ad identificare una pianta ma ne promuove la coltivazione in prima persona.