La Iata, che federa le compagnie aeree mondiali, suona l’allarme: «Anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprire davvero, e poi restasse aperto» dice l’amministratore delegato William Walsh, «ci vorranno mesi per tornare alle forniture necessarie a far volare i 35.000 aerei che compongono le flotte civili del pianeta». Nelle prossime settimane, e in vista dell’estate, il rischio per i passeggeri di restare a terra è esteso a tutto il mondo; ma non per tutte le zone geografiche, né per tutte le compagnie aeree allo stesso grado.

La penisola arabica

Se il cherosene (cioè il carburante avio) fosse sangue, e il se il mondo dell’aeronautica fosse diviso a spicchi, l’area del pianeta che sanguina di più sarebbe la penisola arabica: il sito Flightradar24 Gulf Airlines, che monitora le compagnie di quella porzione della Terra, dice che Qatar Airways è crollata da 593 voli il 26 febbraio a circa un terzo, cioè 216, il giorno 28 (che è stato il primo della guerra di America e Israele all’Iran) e addirittura a 2 o 3 all’inizio di marzo. Però giovedì scorso la frequenza giornaliera della Qatar era risalita a 260 voli. E le prestazioni delle altre compagnie del Golfo hanno avuto un andamento parallelo, anche se quella qatariota ha pagato pegno più di tutte. Al di là dell’evidenza immediata, questi numeri ci rivelano due elementi di sfondo: primo, quanto è violenta la reazione del mercato aeronautico ai drammi della geopolitica; e secondo, il fatto che non esiste correlazione automatica fra la disponibilità locale di idrocarburi e la vulnerabilità delle compagnie aeree.